Uno dei più diffusi e deleteri vezzi, in questo paese martoriato d’ignoranza, è il parlar di nulla farcito di niente. Come recita il detto siciliano, “nuddu ammescato cu’ nenti”.

Politica, direbbe Sciascia: “…e ci riempiamo la bocca a dire politica, bella parola piena di vento”.

Destra e sinistra, come le conoscevamo nel secolo scorso, nel terzo millennio non esistono più; oggi ci sono da una parte le “banche” e dall’altra quelli che si oppongono alle “banche”.
Le “banche” costituiscono l’ecclesia del profitto. Tutti uguali, progenie sciagurata degli Gnomi di Zurigo, confondono la qualità della vita con l’acquisto di nuovi elettrodomestici (Trevanian). Quelli contro le “banche” cercano altrove il senso del vivere.

In Italia, invece, indugiamo ad oltranza a cianciar di scenari immaginari che “esistono soltanto nelle vostre menti bacate” (® conte Uguccione). E così, riempiendoci la bocca a dire politica, riempiamo il parlamento di gente la cui autorevolezza si dissolve all’uscita di un qualunque “bar sport” di paese (sono convinto che la maggior parte dei parlamentari italiani non riuscirebbe a rifare la licenza media).

Qualsiasi forma di associazione umana fondata sul rispetto dei diritti dell’individuo può funzionare solo se è capace di attribuirsi delle regole. E nessuna regola esiste senza una sanzione per le infrazioni.
Questo semplice, ovvio e sperimentatissimo principio non è mai stato né di destra né di sinistra; rivendicarne la proprietà è gesto degno del livello culturale di un topo birmano (che ha perlomeno il merito di tendere alla sopravvivenza).

Appare dunque evidente che tutti i problemi di cui si starnazza a piacere, la recessione economica, la disoccupazione, l’impoverimento delle famiglie, la fuga di capitali, la corruzione ed il degrado della pubblica amministrazione, sono figli (tutti primogeniti) dell’assenza di certezza della pena.

Fino a quando tale certezza non sarà assicurata continueremo a sudare come bufali sui normali treni Intercity con l’aria condizionata perennemente guasta mentre gli idioti a cui abbiamo concesso di governarci spendono miliardi di euro (che non hanno) per la TAV.

Ancora Sciascia, più attuale che mai: “…chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…”.
Nuddu ammescato cu’ nenti.

Manny Blues

Ventisette parole

mercoledì, 14 maggio , 2008

Ventisette parole, del tutto casuali, scelte a turno per gioco da un gruppo di ragazzi.
Ventisette parole casuali da assemblare.
Ne sono usciti sette scritti sublimi. Sette meraviglie che parlano di quanto ci sia da dire.
Ecco la prima, di Jessica:

Un pipistrello
in un cappello
aveva il rossetto nero
e mangiava una ciliegia
dal pero.
Sul libro, sul banco sedeva
stanco
con indosso gli occhiali
Era sordo.
Vide l’amico
maiale lordo
e il cane intelligente
che sempre mente.
Sono tutti su un burrone
con canna e bastone
e con il cuore rotto
Giocano al lotto

Basta una parola di commento: strepitosa. Jessica e la sua partner, giocando con le parole, si raccontano e ci mostrano cosa stiamo perdendo di questi fantastici ragazzi insistendo con un modello di scuola assolutamente imbecille.
“A mind is a terrible thing to waste”…e’ terribile sprecare una mente.

Manny Blues

Edultura??!!

mercoledì, 14 maggio , 2008

Salve a tutti
Se il codice me lo avesse permesso, avrei dato come titolo al blog “Edu-ltura” e, parafrasando il grande Brera, il sottotitolo: “diamo del tu al congiuntivo“.
No, non si tratta di aprire un dibattito sulla sintassi, ma di ri-definire parole e concetti chiave per una educazione alla cultura di cui questo paese mostra con insistenza di aver bisogno.

Nel paese del “manàgment” e della “pèrformans” (parole inglesi pronunciate in accordo all’idea che i boscimani del Kalahari hanno del dialetto bresciano) l’uso errato di parole si è trasformato in uso errato di idee e stiamo ormai naufragando in un oceano di equivoci ideologico-sintattici.
La tempesta di equivoci ideologico-sintattici ha standardizzato una serie di aberranti luoghi comuni su cui, ormai, si basa l’immaginario collettivo (“non capisco ma mi adeguo”, diceva un noto comico tempo fa, e tutti ridevano – a me sembrava una tragedia).
Un esempio illuminante lo troviamo nel concetto del “dover rispettare le idee altrui”, una mostruosità concettuale di cui mi sfuggono completamente origini e motivo di esistere.

Educazione alla cultura significa anche cultura dell’educazione. Educazione e cultura significano, insieme, la maturazione di un atteggiamento critico. L’atteggiamento critico significa “capacità di misurare la realtà” e, quindi, comprenderla (o almeno farsene un’idea ragionevole).

Chiunque sia approdato ad una “ragionevole idea della realtà” deve convenire, per esempio, che viviamo (ancora) in un paese dominato da una potenza straniera: altrimenti non si spiega il gaudio di riuscire a gabbare le istituzioni ( a meno di considerare Tafazzi come maggior rappresentante dell’italica stirpe…). Come non si spiega il traffico urbano, sviluppatosi attorno alla conquista (e strenua difesa) di un metro di asfalto. Come non si spiega la incapacità genetica di generare un qualsiasi senso logico e funzionale ogniqualvolta ci si trovi in coda.

“Edultura”, quindi, come inversione di rotta nel tentativo di convertire il cittadino in cliente.

Manny Blues